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“Lacci” con Silvio Orlando al Teatro Civico

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“Lacci” con Silvio Orlando al Teatro Civico

Vercelli: martedì 28 in scena la pièce tratta dal romanzo di Domenico Starnone. Un marito che se ne va di casa, domande che non trovano risposta, lacci invisibili che legano le persone le une alle altre

VERCELLI. La stagione di prosa del Teatro Civico prosegue martedì 28 novembre alle 21 con Lacci, pièce di Domenico Starnone tratta dall’omonimo romanzo edito da Einaudi. Per la regia di Armando Pugliese, con Silvio Orlando saranno in scena Pier Giorgio Bellocchio, Roberto Nobile, Maria Laura Rondanini, Vanessa Scalera e Matteo Lucchini.
Il tema è – come già ne La guerra dei Roses e in Medea andati in scena nelle scorse settimane – la coppia che scoppia, e le conseguenze spesso tragiche che ne derivano.
«Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie»: si apre così – in Lacci – la lettera che Vanda scrive al marito che se n’è andato di casa, lasciandola in preda a una tempesta di rabbia impotente e domande che non trovano risposta. Sposati giovani all’inizio degli anni Sessanta, per desiderio di indipendenza, attorno a loro il mondo è cambiato e ritrovarsi a trent’anni con una famiglia a carico è diventato un segno di arretratezza più che di autonomia. Ora lui vive a Roma, innamorato della grazia lieve di una sconosciuta con cui i giorni sono sempre gioiosi, e lei a Napoli con i figli a misurare l’estensione del silenzio e il crescere dell’estraneità. Che cosa siamo disposti a sacrificare pur di non sentirci in trappola? Che cosa perdiamo, quando scegliamo di tornare sui nostri passi? Perché niente è più radicale dell’abbandono, ma nulla è più tenace di quei lacci invisibili che legano le persone le une alle altre. A volte basta un gesto minimo per far riaffiorare quello che abbiamo provato a mettere da parte. Una sinfonia del dolore che da una generazione si proietta su quella successiva con il suo bagaglio di errori, infingimenti, viltà, abbandoni. Una storia emozionante e fortissima, il racconto magistrale di una fuga, di un ritorno, di tutti i nostri fallimenti, quelli che ci sembrano insuperabili e quelli che ci fanno compagnia per una vita intera.

Scrive Armando Pugliese nelle note di regia: “Nell’apprendere dell’allestimento di uno spettacolo teatrale tratto dal romanzo di Starnone, molti fra quelli che lo hanno letto, si sono domandati quale sarebbe stato il processo drammaturgico prima e la sua messa in scena di conseguenza. La versione teatrale del romanzo è stata fatta, come si sa, da Starnone stesso, ben sapendo che la concentrazione e l’assimilazione della lettura di un romanzo consentono un tempo assai differente da quello della fruizione teatrale. E molte sono state anche le riflessioni comuni circa gli ostacoli da superare per condurre la parola degli interpreti, espressa nella forma vuoi del racconto, vuoi addirittura in forma epistolare, ad una parola agita attraverso la sequenza dei punti di osservazione dei personaggi, dei loro differenti linguaggi verbali ed emotivi. Ho pensato dunque a questo lavoro come all’esecuzione di una sinfonia, che si struttura in cinque movimenti, che a loro volta contengono al loro interno un variabile numero di variazioni. E il contenuto del romanzo mi ha suggerito l’idea di una sinfonia del dolore, del dolore perché questa storia ci parla di un carico di sofferenza che da una generazione si proietta su quella successiva con il suo bagaglio di errori, infingimenti, viltà, abbandoni, dolore appunto. Proprio perché ci muoviamo in ambito borghese, non si tratta di una tragedia generazionale, ma di un dramma generazionale, quello sì. I figli si affacciano a presentare il conto a chi li ha preceduti, all’interno di un contesto familiare in questo caso, ma metafora di quanto accade in contesti estremamente più ampi nel tempo e nel mondo che viviamo oggi.
Ma anche nelle ragioni o nei torti dei genitori lo spettatore non mancherà di identificarsi, nelle loro ferite che cogliamo pulsanti nel momento della lacerazione, o ripercorse a ritroso attraverso il racconto che si fa tentativo di comprensione logica e critica, con l’intento di andare oltre i significati superficiali di parole abusate. Con lo snodarsi del racconto lo spettatore dovrà cercare la verità o la ragione di volta in volta in ciascuno dei personaggi, nell’interpretazione di ciascuno dei loro vissuti, e nella dialettica attraverso la quale si relazionano fra loro, proprio come nelle storie che catturano l’attenzione e non ci consentono di lasciarle fino al loro punto di conclusione.”

La biglietteria del Teatro Civico è aperta mercoledì e venerdì dalle 18 alle 20, sabato dalle 10.30 alle 12.30, e la sera dello spettacolo a partire dalle 20.

[nella foto: Silvio Orlando in una scena]

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