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“Il gioco delle parti: rappresentazioni del matrimonio nel romanzo italiano”

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“Il gioco delle parti: rappresentazioni del matrimonio nel romanzo italiano”

“Comuni narrazioni – narrazioni comuni”: conferenza di Cecilia Gibellini, docente di letteratura dell’UPO, alla Cripta di Sant’Andrea

VERCELLI (u.l.) – «Come riportare il teatro al centro di un dibattito culturale cittadino?»: è la domanda che si è posta la Fondazione Piemonte dal Vivo, che dall’anno scorso cura la Stagione del Teatro Civico di Vercelli. Dopo una ricerca che ha coinvolto diversi attori culturali del territorio – fra cui l’Università del Piemonte Orientale, l’Ufficio Scolastico Regionale, l’Università Popolare e i Musei cittadini – la Fondazione ha avviato “Comuni narrazioni – narrazioni comuni”, un progetto di audience engagement che comprende conferenze, laboratori per le scuole, progetti di alternanza scuola-lavoro, progetti per le scuole: «un ecosistema/sistema di eco – spiega Mara Loro, curatrice del progetto – per ricollocare i cittadini al centro di un dibattito culturale».

Uno dei filoni narrativi individuati è quello della famiglia, al centro di alcuni spettacoli della Stagione che sta per iniziare: mercoledì 18 al Civico è in cartellone La guerra dei Roses, tratta dal romanzo di Warren Adler, “una delle più potenti e straordinarie deflagrazioni umane: la separazione di un uomo e di una donna che hanno condiviso un grande amore”; il 28 novembre verrà invece rappresentato Lacci, dal romanzo di Domenico Starnone: una moglie scrive al marito che, innamoratosi di un’altra, se n’è andato di casa.

Proprio il matrimonio (e la sua crisi), e le sue rappresentazioni nella letteratura italiana, sono state il tema della conferenza che Cecilia Gibellini, docente dell’Università del Piemonte Orientale, ha tenuto ieri alla Cripta di Sant’Andrea. Partendo dal De amore di Andrea Cappellano del XII secolo, “la bibbia dell’amor cortese” che è stato uno dei libri più letti e influenti del medioevo, e arrivando fino ad Alberto Moravia, Gibellini ha spiegato quale fosse l’idea di amore – coniugale e non solo – in alcune delle principali opere letterarie italiane attraverso i secoli. Un amore che per lungo tempo – essendo i matrimoni “combinati” per motivi di interesse, dinastici, ecc. – è stato essenzialmente adulterino («il matrimonio era un ostacolo all’amore»): celebre il passo dantesco su Paolo Malatesta e Francesca da Rimini, lettori delle vicende di Lancillotto e Ginevra, sorpresi e uccisi dal di lei marito Gianciotto; amori fuori dal matrimonio, stratagemmi, furberie e loro conseguenze anche nelle novelle del Decameron del Boccaccio e, in pieno Cinquecento, ne La mandragola di Niccolò Machiavelli.
E’ solo dal ‘700 che, in letteratura, l’amore entra nel matrimonio: il matrimonio d’amore diventa un mito letterario della modernità; ne La locandiera di Carlo Goldoni, Mirandolina sceglie chi sposare, senza farselo imporre e in barba alle convenienze economiche e sociali. Agli albori dell’800 Vittorio Alfieri (che ebbe numerose relazioni con donne maritate ma che non si sposò mai) nella commedia Il divorzio fa dire a un personaggio: «Che in Italia il Divorzio non s’adoperi, / Se il matrimonio Italico è un Divorzio?». Quanto a Manzoni, cos’è I promessi sposi se non – principalmente – un romanzo d’amore contrastato, dove però Renzo e Lucia d’amore non parlano mai e praticamente mai si toccano? Bando all’amour-passion: «Amatevi – fa dire don Lisander a fra Cristoforo – come compagni di viaggio». Oppure la coppia è come quella Don Ferrante/Donna Prassede, eroi del cattivo matrimonio comico. Nel romanzo manzoniano un barlume di felicità coniugale s’intravede solo nella famiglia del sarto.
A fine secolo, poi, il Mastro-don Gesualdo di Giovanni Verga è permeato dall’idea di matrimonio utilitaristico e forse anche riparatore. Per Luigi Pirandello – ne Il fu Mattia Pascal, e in diverse novelle – il matrimonio è una prigione, una costrizione sociale: tragico-grottesco. Per Svevo – ne La coscienza di Zeno – è invece comico-grottesco: di quattro sorelle, Zeno Cosini sposa quella che non gli piace, ma alla fine si rifugia in lei: ne esce un elogio della routine piccolo-borghese. Per poi finire – con Moravia, Gli indifferenti (1929) – nell’assoluta disillusione, all’opposto dei sogni romantici: l’adulterio è consumato con lo stesso freddo distacco della routine coniugale.

La prossima conferenza di “Comuni narrazioni – narrazioni comuni”, questa volta sul tema dell’identità, è prevista per l’8 novembre: Luigi Battezzato, anch’egli docente dell’UPO, alle 18 al Museo Leone tratterà di “Medea: dal mito alla scena”.

[nell’illustrazione: Joseph Anton Koch, Paolo e Francesca sorpresi da Gianciotto, 1805-10 circa]

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