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Il bosco della Partecipanza

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Il bosco della Partecipanza

Una foresta che attraversa il tempo: storia, natura, biodiversità e turismo.
Donato nel XII secolo ai Trinesi dal Marchese del Monferrato, fu amministrato per seicento anni in base a norme consuetudinarie non codificate.

Trino. (s.b.) Al Bosco delle Sorti della Partecipanza di Trino si potrebbero dedicare una teoria di pagine, appena necessarie per avvicinare tutti gli aspetti che gli ruotano attorno, pianetini appartenenti alle più diverse discipline che s’intrecciano e si corroborano a vicenda formando un edificio cognitivo davvero ampio e originale. Ampio perché si va ovviamente dalla storia, che qui si calcola a secoli, all’antropologia, dall’agraria alla botanica, dal diritto alla finanza, e di tutte si potrebbe tracciare il percorso generale tanto quanto analizzare i rivoli più particolari. Originale perché un grande bosco colpisce l’immaginario collettivo, suscita emozioni, è affascinante persino la formula che lo regge, una proprietà privata gestita da regole statutarie peculiari, ed è al contempo un onere da gestire: può apparire prosaico parlare di bilanci e rapporti con gli enti istituzionali, promozione e prospettive economiche, ma non basta il passato a far vivere la Partecipanza, salvaguardata dai suoi statuti, è una realtà viva ed in divenire, serve quindi approcciare il futuro in tempi e modalità costruttive perché non arrivi il giorno in cui anche questo bosco sia solo il ricordo di una fiaba lontana. Di certo la lettura della monografia offrirà tante notizie quanti spunti di approfondimento.

di Lino Ceretto Castigliano.

Dino Buzzati ne Il segreto del bosco vecchio scrive che «In certe notti serene, con la luna grande, si fa festa nei boschi. È impossibile stabilire precisamente quando e non ci sono sintomi appariscenti che ne diano preavviso. Lo si capisce solo da qualcosa di speciale che in quella occasione c’è nell’atmosfera…». Noi, in genere, preda delle nostre ansie, pungolati da una fretta insensata e tutti intenti a sgomitare senza sapere perché, non ci accorgiamo della magia, di quel qualcosa di speciale che il bosco comunica: per rendercene conto dobbiamo accostarci ad esso con quell’atteggiamento che il Pascoli ben ha descritto nelle immagini del “fanciullino”, un misto di semplicità, di stupore, di meraviglia propria dei fanciulli che scoprono la vita. Nel Vercellese esiste un bosco antichissimo e molto ben curato, tanto caro ai Trinesi che da secoli lo amministrano e ne fanno oggetto di attenti studi, quanto poco conosciuto dai paesi circonvicini, forse perché per raggiungerlo occorre percorrere qualche chilometro di una strada campestre non troppo agevole; ma, tant’è, i Trinesi vogliono così perché, saggiamente, cercano di tener lontano il loro tesoro da invasioni di massa che toglierebbero molto dell’incanto che questa selva comunica. Non è facile dire qualcosa di nuovo in proposito, anche perché l’interesse e la vivacità culturale trinese, che risulta platealmente dalle molte pubblicazioni che gli studiosi locali ci fan conoscere, hanno focalizzato in ogni sua parte il loro “Bosco delle Sorti”: flora, fauna, percorsi vari, rifugi estremamente accoglienti, il tutto assicurato dalla convenzione fra Enel e Comune di Trino che, unitamente alla Regione Piemonte, ha assegnato nel tempo centinaia di milioni di lire al funzionamento della “Partecipanza”. La disponibilità finanziaria ha quindi permesso un ottimale rimboschimento di certe zone, il completamento dei rifugi perfettamente attrezzati, l’ultimazione delle ristrutturazioni della cascina Guglielmina, sede del Parco con locali foresteria e servizi d’accoglienza, l’acquisto di attrezzature varie nonché la copertura delle spese per il personale. L’antico bosco, donato nel XII secolo ai Trinesi dal Marchese di Monferrato Bonifacio (probabilmente l’ultima selva in Italia retta da statuti medioevali) fu amministrato per seicento anni in base a norme consuetudinarie non codificate ed i trinesi poterono beneficiare, in base alle “sorti” a cui avevano diritto, del legname e dei frutti che il territorio offriva, finché, nel 1793, la “Partecipanza” stipulò col Comune di Trino un accordo-statuto in base al quale ancor oggi si amministra il bellissimo parco di oltre 1500 giornate. Un tempo la selva era molto più estesa e si può ipotizzare che coprisse, quasi ininterrottamente, tutto il territorio fra Crescentino e Vercelli; soltanto emergeva, fra gli acquitrini del Po, la parte più elevata di quello che sarà il Bosco della Partecipanza, la “Costa”, l’isolato rilievo che si eleva per trenta metri nella zona nord e di circa quaranta metri nella zona sud. Questa sorta di zattera che, vista dall’alto, sembra galleggiare sulle risaie è costituita da sedimenti marini (Oligocene medio-superiore), marne, sabbie, arenarie aventi origine, come il Monferrato, circa trentacinque milioni di anni fa; sopra si sono accumulati depositi fluviali, poi il “loess” eolico – prelevando le polveri dalle morene glaciali in arretramento – ha ricoperto il tutto. In prossimità del Bosco, in zona rilevata vicina a Montarolo, sono stati trovati nel 1974 circa 300 reperti litici, lavorati e semilavorati che si ritiene databili fra il Paleolitico inferiore (circa 200 mila anni fa) e Paleolitico medio (industria musteriana, circa 150 mila anni or sono) ed i reperti di selce e quarzite sono conservati al Museo Irico di Trino. Tornando ai reggitori del bosco, definiti con lo statuto del 1793, desta meraviglia il fatto, dettato dal buon senso e dall’esperienza, che venne messa in atto una chiara procedura per dividere i frutti della selva equamente fra i soci ed i loro successori, con tanto di regolamenti vincolanti l’uso delle “prese”, cioè delle zone – delimitate secondo l’uso antico dei paletti e tacche convenzionali – in cui gli aventi diritto potevano prelevare, dopo l’estrazione a sorte, il legname che loro spettava. In una bella pubblicazione del 1999 a firma di Franco Crosio e Bruno Ferrarotti si passano in rassegna due secoli di vita forestale dal 1793 al 1991 e si descrive, con dovizia di dettagli e documenti, la gestione forestale con particolare riguardo alla ceduazione dei “quartaroli”, alla produzione di fascine, alla stoccaggio della legna, alla preparazione di legna da ardere. Particolarmente nocivo al Bosco della Partecipanza fu il periodo della II guerra mondiale poiché, dal 1941 al 1944, furono abbattute ed asportate 2494 piante d’alto fusto, per lo più querce, si dovettero consegnare alla Milizia Forestale 15 mila quintali di legna e fascine ed inoltre furono distribuiti 11250 quintali di fascine stagionate ai panettieri di Trino e dei Comuni vicini. Altre richieste di legna giunsero nel luglio ’44 da parte del Prefetto di Vercelli, anche in considerazione del fatto che non c’era più disponibilità di carbone e la Valsesia non poteva più sopperire da sola alle necessità del capoluogo provinciale; pertanto, nel 1945, si abbatterono oltre 320 piante e si fornirono 67500 fascine. Anche i furti, più volte denunciati, contribuirono all’impoverimento della selva; seguirono molte difficoltà finanziarie, finché, dopo l’istituzione delle Regioni, Silvino Borla, nel 1971, propose di fare del Bosco delle Sorti un parco pubblico, idea patrocinata altresì da parecchi giornali nonché da Italia Nostra. I contributi regionali e dell’Enel ebbero un immediato beneficio sulla “Partecipanza”, sollevata dalla gestione della selva e dei fabbricati, e le permisero iniziative prima impensabili, connesse comunque ai suoi compiti istituzionali, non ultimo l’acquisto di nuovi terreni. Il Parco, ora, ha riacquistato il vecchio splendore che ogni visitatore può rilevare di persona: non è infatti qui possibile descrivere l’incanto di querce, frassini, ontani, aceri, olmi, larici, castagni che danno toni diversi ad ogni angolo del bosco. Un tentativo peraltro ben riuscito è stato quello di girare in un giorno di pioggia un documentario che ben rappresenta i colori, i rumori, le immagini fiabesche che solo una selva sa fornire: suggestioni dannunziane certo (chi non ricorda La pioggia nel pineto?), ma anche capaci di trasportarci in una specie di mondo dei sogni, quasi irreale ma molto, molto coinvolgente. È infine il caso di non dimenticare i “percorsi salute”, attrezzatissimi i piccoli parchi gioco, i sentieri erbosi che, per un po’, ci fanno sentire mille miglia lontani, mentre, alzando lo sguardo verso le fronde degli alberi vediamo che vi scherza la luce, vi mormora il vento e ci si ritrova a vivere per intero la magia della natura. A due passi poi, ci sono Lucedio e la bella chiesa della Madonna delle Vigne attribuita al Bertola (l’architetto che predispose ai tempi di Vittorio Amedeo II le difese di Torino) e, poco più distante, il borgo di Leri Cavour, purtroppo in completo abbandono; inoltre, per chi vuole unire gli apporti culturali ai moderni sollazzi, il parco del “Babi”. In ultimo, a sottolineare l’amore dei Trinesi per il loro Bosco, ricordiamo, di questi giorni, l’acceso dibattito, seguito al venir meno di contributi vari, poiché Trino è ben determinata a mantenere la gestione così ben condotta per tanti secoli della “piccola grande selva” e questo non solo per la felicità dei “partecipanti” ma anche di coloro che, frequentandola, hanno imparato ad apprezzarla e ad amarla.

Nella foto: Il Bosco delle Sorti della Partecipanza (foto Sergio Chiappino).

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