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I bianconeri e Rouge

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I bianconeri e Rouge

Sabato sera alla “Fattoria in città” tra i tifosi della Juve in piedi e – dopo la batosta – le sciure sedute a sentire (per un po’) i Decibel

VERCELLI (u.l.) – Sabato sera, al parco Kennedy, c’erano centinaia di persone venute a vedere la finale di Champions League sul maxischermo. C’erano anche parecchi anziani – di quelli che hanno visto Charles e Sivori, e se ti attaccano bottone al bar non esci più – che arrivati lì chiedevano: «ma non ci sono le sedie?». No, perché le poche disponibili – e le panche intorno ai tavoli – erano già occupate da chi era lì da un’ora a mangiare o a bere, o che comunque – dopo aver mangiato e/o bevuto – si guardava bene dall’alzarsi, essendosi guadagnato la postazione. Ogni tanto arrivava qualcuno più furbo di altri con qualche sedia di plastica recuperata altrove e si piazzava, ma comunque la maggior parte della gente la partita l’ha vista così: i bambini (quasi tutti con magliette bianconere) davanti, seduti per terra; i giovani appoggiati agli stand, con le birre in mano (ma qui – a differenza di piazza San Carlo – nessuno ha fatto il cretino, per fortuna); gli anziani dietro, in piedi, almeno fino a metà del secondo tempo (poi molti se ne sono andati smadonnando contro il mal di schiena e contro Dybala, vabbé).

Di sedie comunque al parco Kennedy ce n’erano, fin dal tardo pomeriggio: ma erano dall’altra parte, rivolte verso il palco dove più tardi avrebbero suonato Enrico Ruggeri e i Decibel, e legate fra loro con fascette di plastica perché nessuno le spostasse. Addirittura in un quadrato nella parte centrale del prato, davanti alla postazione dei tecnici di luci e suoni, ce n’era qualche decina delimitata da un elegante cordone di velluto tenuto su da eleganti sostegni: come in Prefettura quando arriva il Presidente, o come alla festa dei Carabinieri. Alta passamaneria, insomma.
Poco prima dell’inizio del concerto è arrivato il sindaco, ed è andata dai tecnici audio a lamentarsi perché «c’è gente in piedi, sotto il palco, davanti a quelli seduti». I tecnici – gente che in decenni di concerti ormai ha visto di tutto – l’hanno guardata, si son guardati tra loro e hanno taciuto, per pietà.

Dunque: dopo quarant’anni Ruggeri riunisce il gruppo punk con cui suonava in gioventù («a noi piacevano i maledetti», ha dichiarato in una recente intervista) e con gli antichi sodali Fulvio Muzio e Silvio Capeccia incide un disco nuovo, bello arrabbiato. Mette insieme una band cruda e tonante – batteria incombente, chitarre distorte – e parte in tournée. Lo chiamano a Vercelli alla “Fattoria in città”. Arriva e trova le settantenni con lo scialletto sulle spalle, delimitate dal cordone di cui sopra, che si lamentano dei ruggeriani (c’è gente che va a tutti i concerti di Ruggeri, o quasi) che sotto il palco, in piedi, cantano le canzoni a squarciagola (certe strofe Rouge le lascia appositamente a loro), agitano le braccia e si dimenano.

Comunque verso mezzanotte – a metà concerto, mentre un Ruggeri saltellante tormentava l’asta del microfono e i chitarristi pestavano duro – molte sciure (e i mariti appresso, coi golfini) hanno lasciato le sedie libere, spostato i cordoni e se ne sono andate: «i vai cà, a l’è tard e custi-sì i sun-u trop fort». Chissà, forse si aspettavano Bocelli, o Al Bano, che li si ascolta da spaparanzati. Maledetti punk, voi e le vostre Stratocaster.

Appena uscito il disco, qualche settimana fa, gli hanno chiesto: Enrico Ruggeri, perché ancora punk a sessant’anni? E lui: «Perché se hai camminato nel vomito durante i concerti dei Clash al Marquee Club di Londra, beh, hai vissuto qualcosa che ti ha segnato per sempre». Poi arrivi a Vercelli, fai il soundcheck, attacchi gli accordi sporchi e trovi le sedie allineate con le fascette e le sciure con gli scialletti, circondate dalle passamanerie, che guardano torve i ragazzacci (beh, molti anche coetanei del cantante) sotto il palco.

(Dice che siccome la “Fattoria” è andata bene, l’anno prossimo viene Bruce Springsteen con la band, gente che suona anche quattro ore di seguito. Se mettete di nuovo le sedie riservate con le fascette, dite alle sciure 1. che anche quelli pestano come forsennati; 2. di portarsi anche un plaid da tenere sulle ginocchia, che forse si fa tardi).

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