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Assemblea “No smarino” a Torrazza

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Assemblea “No smarino” a Torrazza

Incontro nel salone parrocchiale, con cittadini e amministratori. I cittadini si organizzano per impedire l’arrivo di terra e rocce di scavo provenienti dal tunnel TAV Torino-Lione.

TORRAZZA PIEMONTE. Affollata assemblea, ieri sera nel salone della parrocchia di San Giacomo, organizzata dal Comitato Ambiente No Smarino per informare la popolazione sul progetto di portare nella cava CoGeFa di Torrazza, lungo la strada per Rondissone, una parte del materiale di scavo (almeno 850 mila metri cubi) estratto sotto le Alpi per la realizzazione del TAV Torino-Lione.
I relatori, moderati da Silvano Raise, erano Mario Cavargna (presidente di Pro Natura Piemonte) e Luca Anselmo (valsusino, militante No Tav). Molti i presenti ma… pochi i torrazzesi; buona parte degli intervenuti proveniva infatti da Chivasso, Saluggia e altri paesi del circondario.
In sala c’era anche il sindaco di Torrazza, Massimo Rozzino, che – invitato dal moderatore – ha esposto le azioni portate avanti dal Comune, fin dal 2012 quando lui era semplice consigliere, per tentare di bloccare il progetto nelle sedi istituzionali: presentazione di osservazioni contrarie e opposizione in conferenza dei servizi; «purtroppo – ha detto il primo cittadino – il Governo considera il TAV “opera strategica” e quindi questi progetti bypassano l’opposizione delle Amministrazioni locali».
E’ intervenuto anche Davide Bugli, esponente torrazzese del Movimento 5 Stelle, che ha invitato tutti a prender parte a un’assemblea su questo tema con il senatore Marco Scibona che si terrà venerdì 24 marzo nel salone comunale.
Auspicando la creazione di un comitato a Torrazza per mettere a punto strategie di opposizione popolare al progetto, e in attesa che l’Amministrazione comunale conceda un locale per incontrarsi, Raise ha invitato tutti a partecipare agli incontri che si tengono ogni martedì sera alla Casa del Popolo di Montanaro.

* * *

E’ ora di chiedersi perché

Sebbene il progetto sia sui tavoli istituzionali da più di cinque anni, molti torrazzesi e cittadini dei paesi limitrofi sono venuti solo recentemente a conoscenza del progetto di utilizzare la cava di CoGeFa quale sito di deposito per 850 mila metri cubi di terre e rocce da scavo provenienti dal tunnel di base del TAV Torino-Lione.
C’è preoccupazione perché quel materiale contiene amianto, per la diffusione di polveri sottili, e all’assemblea di ieri sera il presidente di Pro Natura ha affermato che probabilmente «non ne arriveranno 850 mila metri cubi, ma dieci volte tanto».

Ora: quand’anche si fosse favorevoli al TAV (e chi scrive non lo è), e quand’anche le autorità sanitarie dessero ampie rassicurazioni sulla non pericolosità del materiale (e chi scrive non ne è convinto), di fronte a questo progetto – prima ancora di discuterne il come e il quando – viene da chiedersi: perché?

Dunque. Il TAV, se si analizzano i dati senza pregiudizi, è notoriamente un’opera ingiustificata sia dal punto di vista trasportistico (fra Torino e Lione non c’è aumento di domanda di traffico merci, e comunque basterebbe adeguare la linea ferroviaria attuale) che economico (tant’è che nessun privato e nessuna banca finanzia l’opera, se non con garanzia dello Stato e con la certezza di incamerare capitale e interessi).
Per realizzare quest’opera assurda, quindi, oltre a rovinare la Valle di Susa e spendere miliardi che lo Stato non recupererà mai, oggi assistiamo a questo: si propone di spostare centinaia di migliaia di metri cubi di materiale, caricandoli su appositi treni merci, da Bussoleno a Torrazza: 82 chilometri più a est, attraversando Torino, Chivasso, ecc. e aumentando il carico sulla linea ferroviaria esistente: dove già i pendolari smadonnano quotidianamente per i ritardi e i disagi.
Arrivati a Torrazza, questi treni non possono fermarsi nell’esistente stazione, che non è attrezzata: devono andare – si legge nel progetto – circa un chilometro più avanti, all’altezza di Borgoregio, in un’area dove si prevede la realizzazione di un “fascio presa e consegna” costituito da tre nuovi binari.
Qui si cambierebbero i locomotori, passando da quelli a trazione elettrica a quelli diesel.
Eh sì, perché da qui occorre realizzare un nuovo raccordo ferroviario: un binario di oltre un chilometro, per portare i carri merci fin dentro la cava. Ma per fare il raccordo bisogna costruire – sempre secondo il progetto – un cavalcaferrovia, a fianco di quello esistente sulla strada provinciale, e una galleria di 260 metri che sottopassi sia la strada Torrazza-Saluggia che un’area edificata (per la gioia di chi ci abita, supponiamo). Insomma: si scava un tunnel per farvi passare la terra e le rocce in arrivo… dallo scavo di un altro tunnel, che sta a più di ottanta chilometri di distanza.
Nell’area di cava, poi, occorre realizzare un altro fascio binari di 300 metri per lo scarico dei convogli.
Il tutto – è previsto dal cronoprogramma – per almeno due anni di lavori di cantiere e cinque anni di viaggi, carico e scarico. Poi comincerebbe il cosiddetto “ripristino”, perché – ha spiegato il sindaco – «i terreni non vengono espropriati, si tratta di un’occupazione temporanea». Proprietari cornuti e mazziati, quindi: non glieli comprano, ma li usano per qualche anno e poi glieli restituiscono (in quali condizioni?).

Ora: in un posto normale, a chi propone una cosa del genere – per una “grande opera” assurda, tutto a spese dello Stato, tutto a vantaggio delle ditte di movimento terra e dei proprietari della cava, e senza chiedere l’assenso delle comunità locali e dei cittadini (che in Val di Susa sono contrari, a Torrazza pure) – si direbbe: signori, o siete delinquenti, o siete pazzi.

In Italia, invece, a chi propone una cosa del genere si assegna il bollino di “opera strategica”. Governo e Regione fanno ponti d’oro, e sotto l’ombrello istituzionale permettono a costoro di fare tutto quel che vogliono. Con i soldi pubblici, oltretutto.

A quest’opera, quindi, bisogna opporsi con tutte le forze. Non solo perché rischia di creare gravi danni all’ambiente e alla salute; non solo perché economicamente e trasportisticamente è – come dire – “una cagata pazzesca”; non solo perché è un regalo agli speculatori del settore movimento terra e ai cavatori (e magari anche alla criminalità organizzata, che come è noto in questo ambito si muove benissimo). Bisogna opporsi perché ne va della nostra dignità di cittadini: in questo Paese non ci sono soldi per la sanità, per la scuola, per la salvaguardia del territorio, per aiutare chi è in difficoltà… ma se ne trovano sempre – a palate – per finanziare questi progetti assurdi e costosissimi, pensati solo per arricchire qualcuno a spese della collettività e del territorio.

Per l’ambiente e la salute, certo. Ma anche per dignità, per buonsenso, per non far torto all’intelligenza… è ora di dire basta.

Umberto Lorini
direttore@lagazzetta.info

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