La fortezza di Verrua, celebre fin dall’Alto Medioevo per la sua posizione strategica fra Chivasso e Casale Monferrato, costituì, nel corso dei secoli, un formidabile sbarramento sul Po e sulla Dora Baltea, controllando l’accesso verso l’astigiano e verso il vercellese. Proprio per questa ragione il suo dominio fu ripetutamente conteso, prima dai Signori territoriali e poi dalla Spagna e dalla Francia durante l’epoca moderna.
Oltre ai numerosi assedi subiti nell’antichità, proverbiale in tutta l’Europa fu quello epico del 1625 e poi ancora quello più doloroso del 1704-1705, che fermò per oltre sei mesi l’esercito francese, costringendo Luigi XIV a differire di un anno l’attacco a Torino, dando così la possibilità al duca Vittorio Amedeo II di riorganizzare la difesa, nonché predisporre la ricongiunzione delle sue truppe con quelle imperiali del principe Eugenio di Savoia che liberarono la capitale, traghettando il Piemonte da ducato a regno dopo secoli di sottomissione straniera.
Quantunque priva dei suoi imponenti bastioni e del basso forte, la struttura difensiva superstite ebbe ancora un ruolo militare di grande importanza durante le guerre risorgimentali. Com’è noto, nel 1859 il Piemonte divenne protagonista della lotta nazionale per l’Unità d’Italia.
Quando il 24 aprile si aprirono le ostilità con l’Austria, il primo scontro avvenne a Montebello, presso Voghera. Fino a quel momento, le forze piemontesi si erano tenute sulla difensiva in attesa dei francesi, mentre gli austriaci, che avevano passato il Ticino e invaso il Piemonte, procedevano assai lentamente per l’incertezza del loro comandante, il generale Giulay, e per gli allagamenti provocati nella pianura vercellese, i quali avevano avuto inizio a Crescentino.
Dall’altra estremità della loro linea, gli austriaci avevano organizzato una violenta incursione su Biella, occupando la città per mezzo di un distaccamento, sotto gli ordini del colonnello Zohn, attraversando il dorsale della Serra, con direzione su Ivrea, e con minaccia alla stessa capitale.
La linea Vercelli-Biella, infatti, era stata abbandonata dalle truppe piemontesi, in quanto l’alto comando riteneva, con fondate ragioni, che la possibilità di sfondamento del grosso delle truppe nemiche poteva avvenire lungo il tratto del Po e della Dora Baltea, ma anche attraverso la strada della Valcerrina. Pertanto, tale fronte andava potenziato per opporre un’adeguata resistenza. La linea della Dora Baltea, del resto, era stata progettata con lo scopo di proteggere Torino contro un eventuale colpo di mano austraco, più volte annunciato.
Il 17 marzo 1859 un decreto reale firmato da Cavour costituiva il corpo patriottico del “Cacciatori delle Alpi”, ponendolo agli ordini di Giuseppe Garibaldi, con il grado di maggior generale. Poco dopo egli giunse a Cavagnolo con un primo reggimento di 1064 soldati, indi con un altro di 1185 a Brusasco. Da qui partirono varie compagnie armate, al comando del capitano Gorini, per presidiare la fortezza di Verrua, con cannoni moderni del modello Cavalli.
Garibaldi, avendo immediatamente intuito la posizione chiave di tale fortezza, aveva ripetutamente chiesto la batteria di cannoni da montagna donata dal patrizio milanese Ala Ponzoni, ma non poté ottenerla per mancanza di muli da trasporto, impegnati sull’altro fronte. Prese dimora nella villa posta sull’altura di Bruscasco, denominata Luogo, di proprietà del marchese d’Angrogna, che aveva sposato la figlia del marchese Giorgio Pallavicini Trivulzio, mentre il grosso dell’esercito piemontese, forte di 60 mila uomini, si era posizionato tra Casale Monferrato ed Alessandria.
Solo la 4ª Divisione difendeva la sponda destra e sinistra della Dora Baltea, che si immette nel Po sotto Verrua, per coprire la città di Torino. La posizione dei battaglioni garibaldini sulla sommità della Rocca di Verrua e sulle colline adiacenti mirava appunto a contrastare il passo al nemico. Dall’altura di Luogo, Garibaldi ricevette un dispaccio il 24 aprile, a firma del ministro La Marmora, con il quale lo autorizzava a rivolgersi ai sindaci locali per precettare cavalli, buoi, carri e, occorrendo anche viveri, qualora le sue truppe ne avessero avuto bisogno. L’indugio dei nemici permise a Garibaldi di realizzare celermente l’esecuzione di molte trincee campali nella confluenza della Dora nel Po, sotto Verrua, provvedendo altresì con adeguate opere terrapienate sulla destra del Po, tra Pontestura, Gabiano e Moncestino, per contrastare l’eventuale guado.
A questo scopo, il generale Cialdini gli ordinò di presidiare la fortezza di Verrua e i moduli collinari adiacenti. Su ordine del ministro, Garibaldi si recò personalmente presso la fortezza di Verrua, ispezionandone attentamente non solo il dongione e la qualità strategica, ma prendendo altresì cognizione che la Rocca poteva assumere un ruolo centrale nella difesa del fronte trasversale in questione e della strada collinare Casale-Torino, transitante dalla Valcerrina.
Le istruzioni del generale Cialdini, a questo riguardo, erano perentorie. Esse esigevano che Garibaldi tenesse sotto costante controllo il transito fluviale, nell’eventualità di una risalita del nemico, ma anche, e in modo particolare, tutta la fascia collinare che da Verrua raggiunge Brozolo, attraverso i borghi di Marcorengo e Piai. Seguendo tali istruzioni, il generale spostò il suo quartier generale presso il castello dei conti Radicati di Brozolo, rafforzando il presidio della strada che da Verrua conduceva ad Asti. Di tutte queste manovre, egli diede prontamente avviso a Cialdini, comandante la 4ª Divisione sulla Dora, dai cui ordini la Brigata Cacciatori delle Alpi si trovò a dipendere.
Garibaldi, in compagnia dei tenenti-colonnello Cosenz e Medici, ispezionò tutte le alture, nonché la valle che da Marcorengo si snoda lungo il versante del torrente Stura verso il casalese. Controllò altresì le strade campestri e i sentieri adatti al transito delle fanterie, soprattutto quelli che raccordano le borgate Cortiglione- Robella da una parte e Gabiano-Moncestino dall’altra.
Le istruzioni del generale Cialdini prevedevano altresì la collocazione di un buon presidio nel traghetto sotto Verrua, qualora gli austriaci decidessero di attraversare il fiume in quel punto con forze massicce. Il piano strategico prevedeva una grande resistenza tra lo sbocco della Dora nel Po e il tratto Verrua, Brusasco e Brozolo, indi, dopo aver respinto il nemico, sia il 4ª regolare, sia i Cacciatori delle Alpi si sarebbero dovuti portare sul fronte principale di Casale. Perciò Garibaldi fece marciare il primo mezzo reggimento a Brozolo, indi dispose il 1° battaglione nel punto in cui la strada forma un gomito oltre la fontana solforosa denominata Pirenta, al fine di guadagnare una buona copertura. Il 2° battaglione fu posto presso il castello di Brozolo, in una posizione che dominasse la strada sottostante.
Un altro presidio fu collocato a Cavagnolo e lungo la strada Verrua-Marcorengo- Luogo, mentre il resto lo pose a Verrua e nelle vicinanze, nell’eventualità – come si è detto – che il nemico scegliesse il passo meno agevole di Gaminella-Gabiano, che forse, proprio per questa ragione, riteneva meno presidiato e quindi assai più vulnerabile della strada della Cerrina.
Tra Verrua e Brozolo, precisamente in località Case Coppa, insediò un servizio logistico di sussistenza e di assistenza ai feriti, con ambulanza presso i Cerutti, al tempo famosi cerusici, noti in tutto il Piemonte per i loro preparati galenici. In quel frattempo, proprio a Verrua furono arrestati da Garibaldi due persone sospettate di spionaggio a favore del nemico. Si trattò del cavalier Provana e di una certa Teresa Ponti. Doveva essere catturato anche un prete di nome Grignaschi, sospetto capo di una rete di spie, ma riuscì a fuggire.
Garibaldi inviò poi il capitano Corte, del suo Stato Maggiore, a Verrua, Gabiano e Pontestura, al fine di precisare ai comandanti di quelle guarnigioni le strategie di difesa, sollecitando i Reali Carabinieri e le autorità civili locali, affinché inviassero qualsiasi notizia, purché attendibile, sulle mosse compiute dal nemico.
L’8 maggio alcuni reparti austriaci, con intento di guadare il Po sotto Verrua, furono intercettati dai componenti il V° battaglione Bersaglieri. Dato l’allarme, entrò in funzione la fucileria garibaldina, appoggiata dall’artiglieria leggera. Con grandissimo coraggio i soldati Marino, Chappaz e Saino si gettarono sul nemico incendiando le loro opere e il loro materiale. Due di essi si salvarono, ma il Saino fu trascinato via dalla corrente del Po e alla sua famiglia fu data, per decreto del Re, la medaglia al Valor Militare. Il fronte, costituito dalla linea che partiva dalla Dora, toccando Verrua e concludendosi a Brozolo, era lungo una quindicina di chilometri. Tale sbarramento, gonfiato oltre misura dalla propaganda, intimorì il maresciallo Giulay che si trovava a Mortara.
Rimase così indeciso se
avanzare sulla capitale piemontese
ad affrontare lo sbarramento
garibaldino, o se attaccare
i piemontesi a sud da
Tortona. Lo sbarco di alcune
divisioni francesi a Genova lo
indusse per il primo progetto,
convinto che Napoleone
III ripetesse la stessa marcia
di Napoleone I e cercasse di
entrare in Lombardia per la
via di Stradella e Piacenza.
Il 20 maggio le divisioni austriache del generale Stadion (27 mila soldati) urtarono in una colonna franco-piemontese sotto il comando di Baraguey (8 mila soldati) presso Montebello e Casatisma. Fu uno scontro breve, ma sanguinoso: gli alleati ricacciarono gli austriaci a Casteggio, ma temettero un contrattacco per il giorno dopo; invece gli austriaci si ritirarono decisamente a Stradella credendo a loro volta che gli alleati stessero per sopraggiungere con grandi forze. Invece, Napoleone III, dopo molte esitazioni, aveva deciso un piano audace: portare tutto l’esercito sulla sinistra del Po e avanzare da Novara su Milano, respingendo a sud sul Po l’esercito austriaco.
Il 30 maggio le divisioni piemontesi occuparono Palestro e Vinzaglio, ricacciandone gli austriaci; conservarono le posizioni il giorno dopo respingendo un violento contrattacco nemico. Più a nord il generale Garibaldi con i reggimenti dei Cacciatori delle Alpi attraversava il Lago Maggiore e si spingeva a Varese e il 27 maggio conquistava San Fermo ricacciandone il corpo Urban. Il maresciallo Giulay il 2 giugno ordinò la la ritirata di tutto il suo esercito oltre il Ticino, ma non seppe impedire agli alleati di seguirlo in territorio lombardo.
Il 4 giugno le divisioni francesi di Mac Mahon attaccarono gli austriaci a Magenta e dopo aspra battaglia riuscirono, quando intervenne fresca di forze la divisione piemontese del generale Fanti, a ricacciarli. L’8 giugno Vittorio Emanuele II accompagnato da Napoleone III faceva l’entrata trionfale a Milano, mentre gli austriaci erano in piena ritirata dietro il Mincio.
Il grandissimo ostacolo rappresentato dalla fortezza di Verrua quale zona intermedia del fronte collinare di sbarramento Dora-Brozolo, e il suo notevole contributo strategico-militare offerto, che impedì l’attacco a Torino, indusse il Re a compiere uno dei suoi primi atti ufficiali dopo l’Unità d’Italia, aggiungendo a quest’antico Comune piemontese l’attributo di “Savoia”, con proprio decreto del 21 dicembre 1862.
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