Una volta, ottant’anni fa, c’era la censura
di regime. I giornali che si permettevano di
criticare il Governo, o che non si allineavano
alle direttive del potere, venivano chiusi;
i direttori manganellati –abbeverati con olio
di ricino, sbattuti in gattabuia o costretti a
riparare all’estero– e le redazioni buttate
all’aria o date alle fiamme. Il Minculpop e
le squadracce erano efficientissimi.
Poi l’Italia è divenuta un Paese democratico,
ha riconquistato la “libertà di stampa”. Ma la tentazione, da parte di chi è
al potere, di far tacere le voci scomode è
rimasta; non si esplica più a colpi di manganello
e olio di ricino, ma con altri mezzi,
altrettanto efficaci. Il principale è: togliere
ossigeno (pubblicità) agli editori. Non mi
tieni bordone? E io ti strozzo.
A livello nazionale, il recente invito del
premier Berlusconi agli imprenditori a
« non comprare pubblicità su alcuni organi
di informazione » è stato più che esplicito,
tanto che il gruppo editoriale L’espresso -
Repubblica ha dato mandato ai propri legali
di avviare le necessarie azioni a tutela
della società. Berlusconi, ben conscio dell’importanza
della pubblicità nei bilanci degli editori, è
solo la punta dell’iceberg.
Più o meno la
stessa cosa accade, da tempo, anche in realtà
piccole come la nostra. Ma non solo
sul fronte dei “consigli agli imprenditori”:
anche più direttamente, nel modo in cui
alcuni amministratori comunali utilizzano
le risorse pubbliche destinate alla comunicazione
istituzionale o alla promozione
di eventi. Un vero e proprio ricatto che è
sempre più evidente.
In teoria, gli affidamenti pubblici –lo
prevede la legge– dovrebbero rispettare i
principi di concorrenza e trasparenza, ed
essere ispirati dal criterio di economicità. Che nella fattispecie, dal punto di vista
dell’ente, significa: devo pubblicizzare
un’iniziativa organizzata dal Comune che
amministro? Bene: verifico quali sono i
mezzi di informazione più diffusi nella
zona, chiedo i preventivi e scelgo quelli
che assicurano una grande diffusione del
messaggio a costi contenuti. E’ questa la procedura che viene utilizzata? In molti casi, no.
La diffusione e
l’economicità sono dati che non vengono
presi in considerazione. Ormai è chiaro
che i mezzi di informazione che vengono
scelti –pagando con soldi pubblici– sono
quelli che negli articoli “parlano bene
dell’Amministrazione”. Anzi, meglio:
quelli che, avendo rinunciato a fare giornalismo,
al posto degli articoli ormai pubblicano
direttamente, come se fossero notizie,
le “veline” fornite dall’Amministrazione
stessa.
« Non mi interessa quanto è diffuso
il giornale, né se la pubblicità costa meno
che su altri: tanto la paga il Comune, mica
la pago io che sono il sindaco. La pubblicità,
sul tuo giornale, il Comune la compra
solo se parli bene di me ». Ed ecco –tranne
rare eccezioni– frotte di editori e direttori
genuflessi, spontaneamente, senza nemmeno
mezza manganellata.
Al Minculpop, in confronto, erano dei rozzi dilettanti.
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