Crescentino. Il primo atto della sindaca Venegoni è
stato quello di nominare, insieme al resto
della Giunta, un “assessore esterno”:
Salvatore Sellaro.
Formalmente, la decisione
è ineccepibile: lo statuto comunale
lo permette, è una facoltà di cui ci si
può avvalere. E se Venegoni l’ha indicato
con delega ad ambiente ed ecologia,
evidentemente ritiene che sia la persona
giusta per quel ruolo. Ma siccome Sellaro
a Crescentino è molto noto, ed è
stato presente in numerose occasioni nel
corso della campagna elettorale, perché
-se si pensava di affidargli un incarico
nell’Amministrazione comunale- non
lo si è candidato?
Perché, a differenza
degli altri assessori, per lui si è voluta
evitare l’investitura popolare?
Sull’altro fronte, Minoli. Candidato
a sindaco per la lista Greppi-Speranza,
sconfitto alle urne, all’indomani del
voto fa “fare una verifica” e scopre che
la carica di consigliere comunale è incompatibile
con quella di consigliere
nazionale dell’Associazione costruttori,
dalla quale si sarebbe dimesso solo
se fosse stato eletto sindaco. Chissà se
l’aveva detto prima, ai 1370 crescentinesi
che l’hanno votato.
Sono due casi diversi che portano
alle stesse considerazioni.
Certi giochetti
-ripetiamo: anche se formalmente
inattaccabili, e giustificati con
le motivazioni più disparate- non
fanno altro che aumentare la sfiducia
dei cittadini nei confronti delle istituzioni. Uno vota Tizio e quando va in
Municipio si ritrova Caio, che non era
nemmeno in lista; o, se lo era, è stato
“trombato” ma si è comunque trovato
il modo di farlo rientrare.
E’ questo il
rispetto della volontà popolare? Se uno ha intenzione di fare l’amministratore
comunale, è bene che lo dica
con chiarezza prima delle elezioni e si
metta in lista: altrimenti, per quanto titolato
o esperto della materia, se entra
per altre vie rischia comunque di fare
la figura dell’imbucato.
D’altro canto,
quando uno si presenta al giudizio popolare
deve sapere che se viene eletto
-qualunque sia il responso delle urne,
anche se finisce in minoranza- è suo dovere
assolvere la funzione che gli elettori
gli hanno assegnato, anche se di semplice
consigliere; altrimenti rischia di
passare per quello che “o comanda o va
via”, oppure -peggio- per quello messo
lì per tirare la volata a qualcun altro.
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