Vercelli. Il 15 giugno Coldiretti
Vercelli-Biella si è data appuntamento
per un’assemblea
che ha visto la partecipazione
dei dirigenti dell’organizzazione:
il delegato confederale di
Vercelli–Biella Massimo Gargano,
anche vicepresidente nazionale
Coldiretti e presidente
dell’ANBI, Associazione nazionale
bonifiche e irrigazioni, il
direttore interprovinciale per
Vercelli e Biella, Domenico Pautasso
e il direttore di Coldiretti
Piemonte, Bruno Rivarossa.
Nell’incontro, da cui è emerso
che il 55% delle aziende del vercellese
aderisce alla confederazione,
si è fatto il punto sui problemi
che il comparto agricolo si
trova a dover affrontare. Per quel che riguarda il riso,
l’associazione evidenzia una
probabile diminuzione delle
quotazioni, dovute a un aumento
delle superfici coltivate e
quindi della produzione, a maggiori
scorte iniziali, maggiore
importazione a fronte di minori
esportazioni e consumi più ridotti,
con in più una tendenza
a un maggior ricorso a varietà
differenti da quelle tipiche nostrane.
Anche per il settore risicolo
pare stia accadendo ciò che
accade ormai da mesi per i comparti
della zootecnia e della cerealicoltura,
cioè un import continuo
di materie prime, prodotti
lavorati o semilavorati a scapito
dei prodotti italiani. La dimensione del fenomeno,
in costante crescita, minaccia
prima i coltivatori e poi i cittadini-consumatori: sono a rischio
le nostre imprese, tutta la filiera
e la genuinità e la sicurezza del
prodotto italiano. I nostri agricoltori
non riescono più a coprire
i costi di produzione, mentre
i consumatori pagano sempre di
più i prodotti.
Coldiretti accusa
dell’accaduto le norme nazionali
e comunitarie, che permettono
di importare e trasformare
prodotto proveniente dall’estero
senza doverlo indicare, ostacolando
la programmazione della
produzione nazionale e impedendo
di comunicare ai consumatori
il vero contenuto dei prodotti
che acquistano.
Sul banco degli imputati ci
sono anche l’industria e la grande
distribuzione, che ingannerebbero
i consumatori facendo
intendere che i prodotti sono
del territorio usando immagini e
nomi che richiamano l’italianità. Per contrastare questa tendenza
Coldiretti promuove i prodotti
"a chilometro zero", cioè del territorio;
i mercati dei produttori,
come quelli di Borgo d’Ale e
Vercelli (quest’ultimo entro fine
anno dovrebbe diventare fisso);
la vendita diretta in azienda; i
distributori di latte crudo. Inoltre
ha lanciato il progetto “Una
filiera agricola tutta italiana”,
che chiede alle istituzioni l’obbligo
di etichettatura con indicazione
dell’origine dei prodotti,
nonché maggiori controlli sui
prodotti dall’estero, anche per
motivi di sicurezza sanitaria.
La crisi attuale potrebbe rappresentare
un’occasione per
darsi un nuovo ordine. Un grande
ostacolo è rappresentato dal
basso potere contrattuale della
produzione nei confronti degli
altri attori della filiera; basti
pensare che per ogni euro speso
dal consumatore, solo 17 centesimi
finiscono nelle tasche degli
agricoltori. Il resto va all’industria,
ai servizi e soprattutto alla
grande distribuzione organizzata.
Poi c’è il fatto che per ogni
prodotto agricolo realizzato in
Italia c’è un mercato almeno
quattro volte più grande di contraffazioni
e imitazioni; a fronte
di 20 miliardi di export “made
in Italy” nel mondo ci sono altri
60 miliardi generati da prodotti
che non hanno mai visto il nostro
Paese. Non è un progetto contro
qualcuno, precisa Coldiretti, ma
a favore, di produttori e consumatori,
per trasparenza, perché
si sappia chi lascia sul campo o
nella stalla i prodotti dei nostri
agricoltori per accaparrarsi a
buon mercato ciò che poi vende
come agricoltura italiana.
Per questo è stato anche redatto un “manifesto”, col quale gli imprenditori si impegnano per garantire una giusta remunerazione a chi produce e un giusto prezzo e una effettiva garanzia di qualità e trasparenza ai consumatori.
visualizza o scarica tutta la pagina del giornale in cui compare questo articolo